I nostri figli sono davvero così problematici?

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Articolo pubblicato su "Starbene", 18/04/2017

Sono raddoppiate le diagnosi di disturbi del comportamento. Per gli esperti si tratta spesso di un falso allarme.

"E' simpatico, risponde alle domande, partecipa, ma il tono dell'umore appare fluttuante [...]. I rumori forti attirano la sua attenzione, non riesce a stare a lungo seduto fermo". Così riporta la diagnosi di Deficit di Attenzione e Iperattività su un bambino di 7 anni. Ma a quest'età si può avere un "umore stabile"? O restare seduti fermi più di un'ora? Non è un caso isolato: negli ultimi anni nelle nostre scuole elementari e medie si sono moltiplicate le diagnosi di sindromi legate al comportamento (iperattività o disturbi oppositivi-provocatori). Secondo il Ministero della Salute sono 162mila e rappresentano il 2% dei minori in età pediatrica; a circa 60mila di questi bambini e ragazzini vengono prescritti farmaci. Ma siamo sicuri che, dietro questo boom di diagnosi, ci siano sempre problemi psichiatrici?

La vivacità non è una malattia
"La storia dell'infanzia è una storia di correzioni in cui i bambini s sono sempre dovuti adattare ai grandi e alle loro regole", spiega Daniele Novara che al tema "Curare con l'educazione" ha dedicato il suo Convegno Nazionale a Milano. "Ma già nel 1985 il grande filosofo e pedagogista Iva Illich, nel suo saggio sull'intolleranza terapeutica, aveva denunciato la medicalizzazione come uno strumento di controllo cui si ricorre perché non siamo più a nostro agio con la naturale immaturità dei bambini". Un esempio? Negli anni Sessanta, come aveva studiato la docente di psicologia dello sviluppo Tilde Giani Gallino, il 45% dei bambini sotto i 9 anni aveva l'amico immaginario. Oggi è sparito.

Serve un'educazione rispettosa della crescita, non diagnosi che cristallizzano i problemi"
"Per forza: i genitori chiamerebbero subito il dottore. Accantonate le regole di una vecchia logica educativa basata sulla disciplina militaresca, alla quale ci si poteva ribellare, oggi l'immaturità evolutiva, che è fatta di vivacità, disattenzione, difficoltà a controllarsi, bisogno di muoversi, viene trattata come una malattia. E alla certificazione un bambino non può ribellarsi".

Più regole a casa e a scuola
Da un lato l'intervento del medico richiesto dalla scuola preoccupa, ma dall'altro toglie ansia agli adulti. "Così però i genitori vengono in parte delegittimati del ruolo educativo: come ho visto in molti casi, se mamma e papà vogliono prima sentire altri pareri, vengono ostacolati dalla struttura scolastica. Questo anche se i fatti dimostrano che il bambino non aveva bisogno dell'insegnante di sostegno, ma solo di nuove e più adeguate regole a casa e a scuola", aggiunge il pedagogista. "Quello che occorre è un'educazione ben organizzata e rispettosa della crescita, non di diagnosi che cristallizzano l'esistenza attorno a un problema". E' come se i ragazzini dovessero uniformarsi a una nostra idea di "bambino standard" e se non ce la fanno, se sono "troppo lenti" o "troppo vivaci" fossero sbagliati e avessero bisogno del medico. "Pensiamo al metodo del Time-Out", dice l'esperto. "Funiziona così: se un bambino disturba, lo si obbliga a sedersi da solo in u angolo "a rifletttere". Ma a 8 anni non si è in grado di "riflettere", chidere di farlo significa ignorare le basi dell'evoluzione cognitiva. Dopo qualche minuto cosa farà? Andrà dalla maestra a chiedere: "Ho riflettuto, posso tornare a giocare con gli altri?", perchè è quella la cosa che gli interessa!".

Ci vuole rispetto dell'infanzia
Ma perché non sappiamo sintonizzarci sui bisogni dei bambini? "Perché richiede organizzazione e tempo. Quante volte sentiamo un adulto dire: "non correre", "non sudare", imperativi che vanno contro il desiderio di muoversi che è fisiologico nei bambini di ogni parte del mondo", spiega Alberto Oliverio, docente di neurobiologia e La Sapienza di Roma. "I piccoli corrono perché ne ha bisogno il loro cervello, che per crescere deve fare esperienze tattili e motorie, non restare ipnotizzato da un videoschermo. Guai a quelle scuole in cui si costringono i ragazzi a fare l'intervalli seduti in classe perché "potrebbero farsi male". Lo confermano tutte le ricerche: confrontando le tomografie (Pet) del cervello di alcuni bambini si è visto che, dopo 20 minuti di movimento, tutte le aree cerebrali si "accendono". E che la capacità di concentrazione è al massimo". Per citare un'altra grande psicologa dell'età evolutiva, Silvia Vegetti Finzi, lasciamo che i bambini facciano i bambini.

 

Articolo di Silvia Calvi
 

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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BES (Bisogni Educativi Speciali) Si tratta di un percorso studio personalizzato per rispondere alle esigenze di un alunno che presenta disturbi dell'apprendimento e/o evolutivi, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della lingua italiana, oppure che ha uno svantaggio sociale o culturale. I Bes, inquadrati dalla legge 170/2010, possono essere continuativi o per determinati periodi.
DSA (Disturbi specifici dell'apprendimento) quali dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia. Quelli diagnosticati sono 187mila, il 2% degli alunni.