Quando la carenza conflittuale diventa femminicidio

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La carenza conflittuale alla base di molti femminicidi.

A Roma, un altro caso di femminicidio basato sulla carenza conflittuale. È questo il costrutto che ho individuato dopo 4 anni di ricerche assieme allo staff del CPP e che permette di leggere e capire l’omicidio, avvenuto nella notte di sabato, sotto una luce più scientifica e meno emotiva.

Con carenza conflittuale intendo proprio l’incapacità dell’individuo, specialmente in età adolescenziale e giovanile, di reggere la frustrazione, la contrarietà e l’opposizione relazionale. Si tratta di una distorsione nell’ambito relazionale, quasi che il confronto reciproco rappresenti più una minaccia che una risorsa nei processi di convivenza.

L’accaduto è, come si dice, da manuale: un ragazzo stermina l’ex fidanzata perché non ha retto la frustrazione dell’essere stato abbandonato.

Due aspetti di questa orribile vicenda appaiono ancora una volta sconcertanti. 
Il primo è che sia le forze dell’ordine che i giornalisti insistono sul tema del litigio finito in tragedia, l’argomentazione più banale e più inutile viene utilizzata per spiegare un omicidio. Ma i litigi sono all’ordine del giorno e le persone normalmente non sanno litigare bene, se ogni litigio portasse a un omicidio penso che la stessa specie umana sarebbe a rischio. Occorre uscire dai luoghi comuni e ribadire quello che il CPP porta avanti da oltre 25 anni: l’antidoto alla violenza è la capacità di litigare bene, ossia di reggere le frustrazioni, le tensioni relazionali, le perdite e gli abbandoni. E’ fondamentale rafforzare le componenti interne che impediscono le proiezioni paranoiche e quanto ne segue sul piano pratico.
Il secondo aspetto inquietante è considerare questi omicidi delle forme sbagliate di amore, come qualche giornale incautamente anche in questa occasione ha scritto. La gravità di questa affermazione sta nella potenziale replicabilità del fatto: a certi livelli sembra essere una vera e propria induzione a ripeterlo e a non uscire mai dai copioni che portano a questi impulsi distruttivi.

Altra questione piuttosto preoccupante è che l’omicida era una guardia giurata. Ci si chiede come abbia potuto svolgere quel lavoro senza che alcun test attitudinale individuasse la sua profonda incapacità di reggere le situazioni relazionali frustranti al punto di eliminare, come nel più classico caso di carenze conflittuali pericolose, la fonte del suo problema, ossia l’ex ragazza.

Dobbiamo al più presto avviare percorsi di cittadinanza che contengano la competenza conflittuale come base della vita civile e delle convivenze possibili. Non possiamo sperare che il mondo diventi un centro di benessere termale, dobbiamo imparare tutti a gestire bene le emozioni quando compaiono le inevitabili contrarietà conflittuali.

Daniele Novara, pedagogista, direttore del CPP, daniele.novara@cppp.it

Articolo pubblicato da Libertà del 3 Giugno 2016

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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