Cyberbullismo

Lo smartphone ai bambini? No grazie!

La nuova legge sul cyberbullismo è una vera occasione sprecata. Il Parlamento insiste nello spostare tematiche psicoevolutive dal legittimo territorio dell'educazione a quello giudiziario, seguendo la deriva di una tendenza, ahinoi, populista che semplifica e banalizza i comportamenti infantili e adolescenziali. Per questa via il Parlamento finnisce per assecondare il desiderio di certa opinione pubblica di colpevolizzare i minori e le loro famiglie.
L'intervento del questore rappresenta, infatti, una vera e propria delegittimazione del ruolo educativo della scuola, il luogo dove naturalmente gli alunni possono imparare a vivere bene i loro problemi relazionali. Ancora una volta, così, vengono accantonati i principi pedagogici per basarsi su visioni giudiziarie che creano un vero e proprio terrorismo psicologico nelle scuole e nelle famiglie. Inizia la "caccia al bullo": chi vincerà? Nessuno... Meglio ricondurre il problema nell'alveo delle necessarie questioni educative. E per prima cosa è bene ricordare che qualunque forma di bullismo non può essere vista come un comportamento genericamente di disturbo verso gli altri: la conflittualità fa parte delle relazioni fra i bambini e i ragazzi. Niente di più naturale.
Non per nulla nella definizione scientifica di bullismo (dall'inglese to bull = infierire con sadismo su un'altra persona) se ne può parlare solo quando ci troviamo in presenza contemporaneamente di questi tre elementi: 1) il comportamento di prepotenza è continuativo nel tempo (continuità); 2) avviene nei confronti di una persona che non riesce a difendersi (disparità); 3) c'è l'intenzione di fare del male (intenzionalità). Si tratta insomma di violenza pura, assolutamente non presente fino alla quinta elementare e raramente presente fra i preadolescenti e gli adolescenti. Non è lecito, perciò, drammatizzare un fenomeno comunque limitato. I nostri ragazzi sono migliori di come vengono dipinti dalla cronaca.
Il metodo per aiutare gli alunni a gestire bene le proprie contrarietà relazionali è imparare a litigare bene, metodo che io stesso ho creato e che il CPP sta portando in molte scuole italiane con ottimi risultati.
Ma la vera occasione persa dalla nuova legge sul cyberbullismo è quella di non avere avuto il coraggio di mettere dei divieti nella vendita dei dispositivi digitali ai bambini, lasciando le famiglie in balia di un marketing sempre più cinico che usa i minori come target per vendere strumenti non adatti alla loro età. Appare curioso che per l'alcool e per il tabacco sia proibita la vendita ai minori di 18 anni, ma che viceversa un bambino di 8 anni possa acquistare uno smartphone con internet incorporato o usare videogiochi violenti e addirittura finire a iscriversi sui social network senza nessuna sostanziale limitazione. E' infatti consentita - verificatelo voi stessi! - la vendita e l'intestazione di card telefoniche anche a clienti minorrenni che abbiano compiuto appena 8 anni di età con autorizzazione dei genitori solo per la questione della privacy. E appare altrettanto curioso che in Italia il Garante della Privacy, in sintonia con il nuovo regolamento europeo, abbia stabilito dal 1 maggio 2017 il limite dei 16 anni per l'suo dei social, senza che la nuova legge sul Cyberbullismo lo abbia in alcun modo acquisito nei suoi dispositivi.
Occorre, dunque, che la comunità civile e politica ponga verso l'invadenza digitale e tecnologica nei confronti dei più piccoli una maggior attenzione che porti al più presto a disposizioni di tutela che oggi mancano. Mettere divieti chiari di uso e di vendita risulta urgente e necessario.

Articolo di Daniele Novara, pedagogista, daniele.novara@cppp.it
pubblicato su Avvenire, 5 giugno 2017

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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