La lezione non serve

La scuola come comunità di apprendimento

Convegno Nazionale CPP 14 Aprile 2018 a Milano 

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Crocifissi a una crocetta

Di: Raffaele Mantegazza

L'espropriazione del diritto del formatore a scegliere la modalità di valutazione.

Adesso la misura è veramente colma. Che la maledizione dei test a risposta multipla abbia invaso le scuole e i cor­si di formazione è già qualcosa che ci lascia molto più che perplessi; ma che addirittura sia obbligatorio per un do­cente prevedere questa tipologia di pseudo­valutazione alla fine di un suo corso (come accade per esempio per i corsi che prevedono l’accreditamen­to Ecm) è una vera e propria espropriazione del diritto del formatore a scegliere le modalità di valutazione, oltre che una forma di totalitarismo messa in atto dal pensiero unico del­ l’omologazione.

C’è da riconoscere una certa coerenza in questa follia: corsi nei quali il do­cente proietta cinquanta slides al gior­no senza minimamente preoccuparsi del fatto che gli allievi le stiano com- prendendo o quantomeno guardando, non possono che chiudersi con un test a risposta multipla. Lezioni che ignorano ogni minima forma di rela­zione educativa, che vengono clonate anno dopo anno riproponendo le stesse vetuste slides si concludono con una forma di valutazione nella quale la persona dell’allievo è del tutto superflua: a questo punto varrebbe la pena di convergere sull’oscenità peda­ gogica chiamata didattica on­line, così almeno gli studenti risparmierebbero i soldi del biglietto del treno e non prenderebbero freddo. 

Abbiamo visto con i nostri occhi corsi nei quali i docenti forniscono ai ragazzi tutte le slides che proietteranno, ma in­ complete, in modo che a lezione gli stu­denti devono completare gli spazi bian­chi: ci siamo sentiti chiedere, program­mando un corso, di scrivere a priori che cosa avremmo detto la seconda mez­z’ora della quattordicesima lezione. Hai voglia a stare a spiegare che non ne ave­vamo idea, perché un corso dipende da­gli allievi dalla loro recettività, dalle loro domande e critiche, dai percorsi laterali che potrebbe prendere il discorso a par­ tire dalle loro provocazioni. Niente da fare: il taylorismo pedagogico prevede programmi più rigidi di un piano quinquennale.

Da non più giovani umanisti è forte la tentazione di rifugiarci dietro il luogo comune secondo il quale è la cultura umanistica ad essere refrattaria a que­ste modalità “didattiche” (mettiamo le virgolette per rispetto alla didattica): ma la realtà è che anche le scienze cosid­dette esatte non si imparano in questo modo, semplicemente perché nessun apprendimento è possibile senza la me­diazione della relazione educativa e lo stesso vale per la valutazione.

Ci domandiamo quale tsunami culturale si sia abbattuto sull’Italia, il paese di Gianni Rodari e Mario Lodi, di Marcello Bernardi e Danilo Dolci; come ci siamo ridotti a trasformare l’apprendimento in un addestramento che non funzione­ rebbe nemmeno per le macchine? Poi però si guarda al di là della pedagogia e la risposta è ovvia: le schede elettorali non si sono trasformate anch’esse in test a crocette? E il tutto non è terribil­ mente simile alla scelta delle merci alli­ neate sugli scaffali di un Ipermercato? Non si tratta, come sempre, di politica, di modelli di società, di uomini e donne trasformati in “items” nel grande test a crocette della società capitalistica? 

Articolo pubblicato sulla rivista Conflitti n°2-2018

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