Tatuaggi

Di: Claudio Riva

Riflessione sul significato dei tatuaggi e il loro valore.

Durata: tempo di lettura 3 minuti

Quando un bambino o una bambina si diverte a sporcarsi e a dipingere il proprio corpo è un buon segno. Già dal primo anno di vita, un bambino comincia a riconoscere che la figura che vede allo specchio è lui stesso, e spesso, volentieri, ha voglia di dipingersi il viso, le mani e non solo: significa che non ha particolari paure ed è in buona relazione con il proprio corpo. E solitamente continua così negli anni successivi. È assolutamente normale e divertente che si facciano dei tatuaggi con penne e pennarelli che durano qualche ora o qualche giorno, a seconda del detergente che si userà eventualmente per toglierli. Sono comunque provvisori e questo aspetto non è marginale.

Se infatti è importante lasciare che i bambini si divertano a giocare con il proprio corpo, anche disegnandolo e pitturandolo, è altrettanto necessario trasmettere loro la dimensione della sacralità del corpo. Occorre imparare che è bene riflettere molto prima di imprimere sul corpo qualcosa di irreversibile. È un aspetto importante, che aiuta a educare a un rapporto ecologi­co con il proprio corpo, che è il primo “giardino” del quale al bambino e alla bambina viene chiesto di occuparsi. Far comprendere che alcuni processi sono reversibili ed altri no, diventa quindi un aspetto essenziale che appartiene all’educazione ecologica che si cerca di trasmettere. Alcune modificazioni sono irreversibili e il tatuaggio è una di queste.

Gli antropologi ci insegnano che in varie culture i tatuaggi possono avere un’importanza notevole nel marcare un particolare momento della vita, specialmente in quelle situazioni che sono definite “riti di passaggio”. Significa che succede qualcosa per cui in quel particolare momento ci si trasforma e si diventa diversi da ciò che si era prima. Solitamente noi cresciamo e maturiamo poco a poco in modo abbastanza continuo, seppure con diverse accelerazioni. Nel rito di passaggio avviene un salto. In quel momento avviene una trasformazione.

La nostra cultura ha perso il valore dei riti di passaggio. Per necessità biolo­ gica restano riti la nascita e la morte,  ma altri momenti, che in passato avevano un significato, spesso legati alla tradizione religiosa, come il battesimo, la cresima, il matrimonio, ecc. hanno perso la loro valenza. Si sono diluiti. Basti pensare alle infinite tappe di rapporti e convivenze, che possono ma non necessariamente, portare al matrimonio peraltro quasi mai contemplato come definitivo e irreversibile.

In effetti, dal punto di vista antropologico i riti di passaggio hanno due caratteristiche fondamentali: sono irreversibili e sono collettivi. In diverse tradizioni culturali i tatuaggi sono legati a passaggi evolutivi che rimandano appunto all’irreversibilità di ciò che accade. Nella nostra realtà occidentale sono invece diventati elementi fittizi, personali, privati. Succede così che qualcuno scelga di tatuarsi il nome del fidanzato o della fidanzata che lascerà dopo qualche mese, piuttosto che il simbolo di una fede politica o ideologia portata avanti magari da un certo gruppo musicale.

Il tatuaggio però non è una bandiera, simbolo comunque importante, ma che al limite è portato sulla spalla e comunque resta fuori dal sé. Il tatuaggio rimanda qualcosa di senza ritorno. Non è un disegno sopra la pelle, ma qualcosa che viene iniettato dentro la pelle. Il tatuaggio entra dentro, non rimane in superficie. Richiama quella cultura del sacramento che una volta somministrato non può più essere tolto: un uomo può smettere di esercitare come sacerdote, ma il sacramento se somministrato in modo valido e quindi non annullabile, non può essere tolto.

Il tatuaggio appartiene a questa logica, ormai poco conosciuta, ma oggi è invece diventato una specie di maschera, che può aiutare a sentire di appartenere a un particolare gruppo: sociale, artistico, relazionale. Ma la maschera può essere tolta, il tatuaggio no. E così il tatuaggio finisce per appartenere, volenti o no, al mondo più profondo del proprio sé. Anche l’elemento della collettività del rito­tatuaggio ormai non è più presente: nella nostra cultura occidentale questa pratica non è quasi più un momento collettivo e la diffusione del tatuaggio in questi ultimi anni appare più come una moda che non una vera e propria trasformazione culturale. Spesso vissuto in solitudine o in compagnia di qualche amico, sembra sostanzialmente legato alla scelta individuale del momento. Non entro nel merito dei motivi più o meno sani per i quali un giovane (i bambini devono essere assolutamente esclusi da una pratica del genere) arriva a ta­ tuarsi, possono essere molti e diversi per ciascuno; è abbastanza probabile che ci sia anche una certa quota di desiderio di trasgredire. Ma non è compito dei genitori comprendere il motivo per cui un figlio vuole tatuarsi: compito dei genitori è mantenere il divieto fintanto che il ragazzo o la ragazza non avranno la maturità per fare una scelta che risulterà, appunto, irreversibile. Compito dei genitori è portare l’attenzione su questa irreversibilità.

Non si tratta di essere proibizionisti e quindi di punire le eventuali trasgressioni. Il ragazzo che va a tatuarsi nonostante il divieto dei genitori si assume una responsabilità. Esegue in proprio un rito di passaggio con tutti i rischi che questo comporta: non va punito. La punizione gli arriverà quando si sarà stancato eventualmente di avere quel tatuaggio e gli toccherà tenerselo. Ma vanno puniti gli adulti che fanno tatuag­gi a minorenni in quanto agiscono un vero e proprio abuso sul corpo. Qualcuno potrebbe obiettare che, anche forando le orecchie dei bambini piccoli per un orecchino induciamo una trasformazione irreversibile nel corpo, ed effettivamente è così. Ma occorre sottolineare intanto la minore invasività del forellino, che peraltro si chiuderà se non usato nel tempo, ma specialmente il fatto che tale pratica è culturalmente più radicata nella nostra cultura. Compito dei genitori è essere conservatori di cultura. Saranno i figli a trasformarla nel tempo.

Articolo di Claudio Riva pubblicato sulla rivista Conflitti n°1-2018

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Claudio Riva

Psicologo e psicoterapeuta.

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