La strategia anticapriccio

I bambini hanno bisogno di chiarezza e determinazione da parte di entrambi i genitori.

Durata: tempo di lettura 4 minuti

Cosa sono i capricci?
Capriccio è una parola contenitore. Dentro il termine capriccio ci stanno tantissime cose che ogni volta bisogna analizzare.
Sicuramente può essere una richiesta d’attenzione, può essere che il bambino cerchi di capire se i genitori sono d’accordo fra di loro su una certa questione, può essere che il bambino provi una certa gelosia nei confronti dell’altro bambino.

I motivi possono essere tantissimi, bisogna però imparare a leggere di che cosa si tratta veramente.

Un esempio.
Il bambino in qualche modo dà un segnale che c’è qualcosa che non funziona ad esempio capricci molto tipici sono quelli al supermercato. È chiaro che andare al supermercato con bambini molto piccoli senza aver messo regole chiare richiede che ci si organizzi bene, anche con gli ansiolitici, perché è un’esperienza di quelle...

Una signora che seguo dice che per sopravvivere ha messo questa regola, la bambina può prendere tre cose. Ho detto alla signora che 3 sono tante. Infatti adesso la bambina alza il tiro, non sapendo bene cosa prendere si inventa delle cose inverosimili. Questo sarebbe un presunto capriccio: voleva una bicicletta. La mamma dice: “Non puoi prendere una bicicletta”, lei risponde: “Mamma, hai detto 3 cose”.
Capite che non è chiara la consegna della mamma, e che quindi non possiamo concludere che la bambina fa i capricci perché vuole la bici. Piuttosto perché c’è carenza di chiarezza.
Il criterio principale per avere buone relazioni con i bambini non è parlare coi bambini ma essere chiari, e per essere chiari bisogna essere chiari in due.

Se la mamma comincia a fare domande come: “Allora cosa ti va? Preferisci mangiare le lenticchie o i piselli in umido?”, il bambino incomincia a piangere. “Ho detto qualcosa di sbagliato? – a quel punto incalza la mamma - perché piangi? stai male, c’è qualcosa che non va? Adesso andiamo dal pediatra”.
Ma il bimbo o la bimba piange perché sta pensando: “Ma che cosa c’entro io coi piselli e le lenticchie, fammi mangiare per favore, non posso decidere anche lenticchie o piselli”.

Gli aspetti critici
Spesso si attribuisce al bambino un potere decisionale che non ha. Occorre capire se, invece di orientamenti chiari, di indicazioni chiare, si fanno delle domande al bambino, perché le domande attivano sempre dei capricci.
Va bene fare delle domande in senso conoscitivo, quello che non va bene, invece, è fare domande sulle decisioni educative del bambino: “Come vuoi andare a scuola, col passeggino, con la macchina o a piedi?”.
Una cosa abbastanza strampalata, possibile che un genitore non lo sappia come si va in un posto, perché lo deve decidere un bambino?
Quando si comincia a porre domande di questo genere al bambino, il bambino va in difficoltà, in corto circuito, non sono questioni che può risolvere.

Facciamo un esempio: una mamma domanda al suo bimbo: “Vuoi la cuffia o vuoi...?”. Verrebbe da rispondere: “Signora, ma decida lei su questa benedetta cuffia, o la mette o non la mette”.
“Ma perché fuori c’è freddo”, risponde la mamma. Va bene, lo sa lei che fa freddo, ma perché pensa che suo figlio sia collegato a meteo.it e sappia esattamente la temperatura fuori?
“Ma mio figlio è molto intelligente”. Va bene, ma ci sono dei limiti.

Questa è una forma di attribuzione ai figli, specie piccoli, di una sorta di componenti cognitive che semplicemente non hanno. Il pensiero reversibile inizia attorno ai 6, 7, 8 anni, un pensiero in grado di capire le conseguenze di un’azione, arrivare al suo contesto. Quindi occorre molta prudenza nel pensare che un bambino sia in grado di sintonizzarsi esattamente su cosa succede qua o cosa succede là: magari ci prova, e spesso va in corto circuito e fa i capricci.

Che cosa si può fare?
Se si danno regole precise, chiare e condivise, i capricci sono soltanto rare eccezioni.
Al contrario, se le regole non esistono e vige il regime del comando e della proibizione, che può cambiare di volta in volta a seconda dell’umore del genitore, allora i capricci sono all’ordine del giorno.
L’Italia purtroppo, per ragioni storiche e culturali, è il Paese delle proibizioni. Manca un senso comune sulle regole da rispettare, mentre è forte quello del comando. E quindi è anche il Paese dei bambini capricciosi. Basta andare all’estero, anche soltanto nel resto d’Europa, e osservare i bambini degli altri per rendersi conto della differenza.
Detto ciò, ci sono alcuni “trucchi” per ridurre al minimo i capricci.

Evitare il discussionismo
Quantomeno fino alla preadolescenza: è inutile, se non dannoso, mettersi a discutere con un bambino di quattro o cinque anni su ciò che bisogna fare, sentire il suo parere, condividere le decisioni sulle regole. Si crea soltanto confusione: il bambino ha bisogno di chiarezza e determinazione da parte di entrambi i genitori, non ha bisogno di dibattiti.

Evitare i dilemmi insormontabili
Il secondo “trucco” è quello di evitare di porlo davanti a dilemmi che non è in grado, per via dell’età, di risolvere. Tipo: «Vuoi questo o quello?» oppure «Preferisci la maglietta o la canottiera?». Davanti a scelte che per noi sono banali, magari si pensa che il bambino possa esprimere preferenze o gusti che tuttavia gli mettono ansia, perché non sa dare una risposta.

Evitare di portare i bambini piccoli al supermercato
I supermercati sono luoghi straricchi di stimoli visivi e uditivi, pensati per incentivare all’acquisto gli adulti i quali, però, possiedono “filtri” adeguati per poter andare avanti senza farsi influenzare. Cosa che il pensiero infantile non è in grado di fare. 

Articolo di Daniele Novara tratto dall'inserto "Il genitore educativo" pubblicato sulla rivista Conflitti n°1-2014

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