La lezione non serve

La scuola come comunità di apprendimento

Convegno Nazionale CPP 14 Aprile 2018 a Milano 

Informazioni

La scuola e l’epidemia di certificati

Per una scuola che metta da parte gli screening e riprenda l'ascolto del bambino e della sua realtà.

Negli ultimi anni il numero dei certificati che, a diverso titolo, indicano le ragioni di particolari difficoltà di bambini e ra­gazzi in ambito scolastico o più precise disabilità, è aumentato in maniera scon­certante. Questo è l’argomento centrale del libro Non è colpa dei bambini di Da­niele Novara che, proprio dalla sua pra­tica quotidiana di pedagogista, trae una particolare ricchezza di informazioni su quanto concretamente sta avvenendo nella scuola italiana.

Novara ha rilevato quali sono le reazioni di insegnanti e bambini e, per questi ul­timi, ha aggiunto alcune considerazioni sui rischi e i danni che possono derivare dall’eccesso diagnostico.
Le osservazioni raccolte direttamente dagli insegnanti sono la parte concreta che apre il discorso: “Sono talmente tan­ti i ragazzi certificati che non è più pos­sibile parlare di quelli che non hanno certificazione” racconta un professore “Nei consigli di classe si parla solo dei ‘certificati’ e delle loro diagnosi che poi sono tutte uguali”. Un altro insegnante racconta che nella scuola media dove in­segna c’è il 18,5% di alunni ‘etichettati’; con punte di 11 certificati su 25 alunni. È una vera e propria epidemia che pre­senta tre picchi: uno, che è quantitativamente il maggiore e riguarda l’impa­rare a leggere, scrivere e far di conto; l’altro i disturbi dell’attenzione con ipe­rattività; e infine lo spettro autistico con le sue difficoltà nella relazione. Sono problematiche tutte strettamente colle­gate alle caratteristiche del mercato del lavoro nella attuale società dei consumi, che con le etichette scolastiche avvia un percorso differenziato e anticipa in larga misura la futura esclusione dal lavoro. Mi permetto di aggiungere una riflessio­ne che nasce dalla mia esperienza di neuropsichiatria infantile: soprattutto nelle prime classi della primaria può suc­cedere di trovare una classe di 15 bam­bini con 8 insegnanti di cui 2 di sostegno e gli altri delle più svariate materie co­me, per esempio, uno per la storia e uno per la tecnica. Da quanto sento dire dai genitori, tutto ciò si accompagna spesso a un maggior caos in classe, come è lo­gico aspettarsi da parte di bambini pic­coli che avrebbero bisogno di un punto solo autorevole di riferimento.

A questi fatti particolari seguono i dati generali che compaiono in una sequen­za crescente. In provincia di Como le percentuali di certificazioni sono tra l’8,8% e il 12% tra scuole pubbliche e paritarie mentre a Rimini nell’arco di due anni (tra il 2012 e il 2014) i DSA, i disturbi specifici dell’apprendimento, sono aumentati del 330,6%. Tutto ciò ha una ricaduta economica non piccola per cui la spesa a carico dei comuni italiani è quasi triplicata negli ultimi dieci anni. C’è, inoltre, un’esplosione dei servizi di certificazione pubblici e privati e si è svi­luppato un indotto economico enorme, con un giro di affari di centinaia di mi­lioni di euro con spese di migliaia di eu­ro per le famiglie.

Lo strumento principale che mette in moto tutto questo è rappresentato dai test collettivi, gli ‘screening’, operanti in diverse città e regioni. Le situazioni che si creano sono grottesche, spesso pe­santi e sgradevoli per bambini nella fa­scia di età tra 5 e 7 anni che vengono te­stati più volte nell’arco di due anni, e so­no descritte in dettaglio per voce di maestre e di madri. Le conseguenti dia­gnosi divengono per lo più note a tutti nella scuola e si concretano facilmente in etichette discriminanti.

Da notare che oggi i figli degli immigrati hanno un’alta percentuale di certifica­zioni, con valori attorno al 12%, e questo ci porta indietro a cinquant’anni fa, ai tempi delle classi differenziali, piene di figli dei nostri emigranti interni ed ester­ni, anch’essi selezionati con test collettivi, senza tener conto della loro realtà fa­miliare, socio­economica, culturale, e che davano risultati molto simili per il ri­tardo mentale (14.5% in provincia di Fer­rara nel 1969) che a quel tempo era la diagnosi di moda. Come allora ancora oggi non si tiene conto della realtà am­bientale (socio­economica, relazionale, sociale, culturale) dei bambini e dei ra­gazzi e si mescola tutto, assegnando a dei test il compito di distinguere un di­sturbo di apprendimento, raro e su base neurobiologica, dalle difficoltà di ap­prendimento, molto più frequenti e ri­collegabili a carenze sul piano ambien­tale ed educativo: un errore che coinvol­ge tutti i bambini che frequentano le scuole italiane, stranieri e non.

Questa diagnosi differenziale, presente in altri Paesi come, per esempio, la Francia, non fa parte delle linee guida proposte dalle nostre istituzioni che, pertanto, rischiano di far passare per di­sturbi specifici dell’apprendimento, ciò che è di natura puramente ambientale e che spetterebbe alla scuola sostenere e guidare a un adeguato recupero. In al­tre forme e contenuti questa critica si applica anche ai disturbi dell’attenzione e allo spettro autistico dove pure gli er­rori di diagnosi sono frequenti.

Il libro di Novara dà anche alcune indi­cazioni pedagogiche semplici e utili per i genitori di cui rivendica il ruolo di edu­catori a vari livelli.
In un’epoca come la nostra in cui questi ultimi sono spesso in difficoltà per varie ragioni, Novara sottolinea l’importanza di alcune regole di base come quella di far dormire al figlio un ben preciso nu­ mero di ore in relazione all’età, nel pro­prio letto e non nel lettone dei genitori e di fargli fare colazione al mattino pri­ ma di andare a scuola.
Il suo tema di fondo, tuttavia, rimane la scuola italiana dove si sta sempre seduto, dove ancora prevale la lezione frontale e l’ascolto passivo: dove si rischia di tra­sformare in docenti persone che hanno una preparazione solo teorica ma non hanno mai fatto un tirocinio concreto di insegnamento. Su tutto questo ci dà un messaggio complesso e coraggioso che ci invita ad andar oltre, a riflettere su co­me l’attuale società dei consumi riesca a stravolgere la vita delle famiglie e la struttura della scuola, mettendo in atto tra polemiche e pseudoriforme una re­altà in cui le speranze di una integrazio­ne si traducono, nei fatti, in una finta inclusione con un numero impressionante di bambini etichettati e una pesante controparte economica che ricade sulla comunità e sulle famiglie.

Da questi fatti bisogna partire per tro­vare un’altra strada con obiettivi alter­nativi: per una scuola che metta da par­te gli screening e riprenda l’ascolto del bambino e della sua realtà, che sappia riproporre un’alleanza educativa tra in­segnanti e genitori per permettere a bambini e ragazzi di crescere insieme come compagni e amici, e a sviluppare al tempo stesso le loro capacità qualun­que siano le loro carenze e difficoltà. Senza timore di mettere in discussione le attuali strutture di gestione e un’or­ganizzazione troppo spesso basata so­lamente sulle classi. 

Articolo di Michele Zappella, tratto dal Dossier "Certificare i bambini non è la soluzione" pubblicato sul numero 1-2018 della rivista Conflitti.

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Articolo di Michele Zappella, neuropsichiatra infantile, tratto dal Dossier "Certificare i bambini non è la soluzione" pubblicato sul numero 1-2018 della rivista Conflitti.