Quei bravi ragazzi

Alla base di episodi di figli che uccidono i genitori, l'influenza dei videogiochi e la mancanza di una vera educazione.

A distanza di poco più di un anno la cronaca ritorna su un caso di omicidio dei genitori. 
Nel novembre 2015 ad Ancona una coppia di fidanzatini aveva sterminato la madre e il padre di lei che si opponevano alla loro relazione. Anche in quel caso due minori. L’età critica sembra proprio quella fra i 16 e i 18 anni.
L’episodio avvenuto in provincia di Ferrara, Codigoro, ha un’efferatezza particolare con un ragazzino di 16 anni che assolda una specie di amico killer per sterminare i genitori offrendo una ricompensa di mille euro. Esattamente come un videogioco dove morti, esplosioni, torture e crudeltà di ogni tipo vengono eseguite con la massima naturalezza.

La vicenda sembra seguire copioni che la cultura dei videogiochi conosce molto bene, almeno quelli orientati alla violenza. È una generazione di ragazzi immersi in un mondo virtuale, sempre più lontani dalla vita concreta, dalle complicazioni dell’incontro reale con gli altri. Rischiano di passare con molta facilità dalla fantasia all’atto compiuto. Risulta pertanto normale sentire gli abitanti del paese ripetere ai giornalisti in maniera quasi meccanica che si trattava di bravi ragazzi. Bravi ragazzi purtroppo dissociati dalla realtà, incapaci di vivere il contrasto con i loro genitori, abituati ad avere tutto, ma non quello che è basilare per una buona crescita. Gli è mancata una vera educazione che contempli regole ben costruite e un’adeguata formazione socio-relazionale che abbia saputo aiutarli nella capacità di litigare bene. Saper affrontare i conflitti rappresenta la competenza prioritaria per le nuove generazioni, quella padronanza relazionale che permette alle persone di vivere le divergenze, le contrarietà, i dissapori reciproci non come una funesta minaccia da sanare col sangue, ma come normali episodi della vita di tutti i giorni.
Sono ragazzi lontani da una vita che contempli la necessità di tener conto degli altri.

Un anno fa ho concluso, con lo staff del CPP, una lunga ricerca che ha portato proprio all’individuazione di un nuovo costrutto che abbiamo chiamato carenza conflittuale, un vero e proprio disturbo relazionale, ossia l’incapacità di stare nella tensione conflittuale vivendola prevalentemente come una minaccia insopportabile. Due tratti di questo nuovo costrutto sono evidenti nella situazione dei due ragazzi di Codigoro: la tendenza ad agire le emozioni senza alcuna elaborazione e la presenza di una permalosità e suscettibilità eccessive.
Normalmente la carenza conflittuale nei ragazzi si esprime con l’autolesionismo, con dipendenze da sostanze stupefacenti, disturbi alimentari e altre modalità comportamentali.
Più raramente attraverso forme, come in questo caso, di violenza allo stato puro. La radice è sempre la stessa: una profonda incapacità di vivere la divergenza altrui, in questo caso quella dei genitori, come un necessario argine al proprio narcisismo e al proprio delirio di onnipotenza.

Una buona educazione preserva da questi pericolosi disturbi e prepara alla vita con coraggio.

Il punto di vista del Cpp, scritto da Daniele Novara (Gennaio 2017)

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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