L’insostenibile invadenza dei gruppi WhatsApp delle mamme

Anche per l'utilizzo di WhatsApp alcune regole sono necessarie

Ormai è un’abitudine consolidata. All’inizio dell’anno scolastico, i genitori, sollecitati dal rappresentante di classe o in alcuni casi anche direttamente dalle insegnanti, si organizzino creando un gruppo WhatsApp tra di loro. L’idea nasce dall’esigenza di disporre di comunicazioni molto rapide e immediate nella relazione fra scuola e genitori e fra i genitori stessi. Le nuove tecnologie, in effetti, permettono di accelerare tutta una serie di processi comunicativi che sino a 10 anni fa risultavano estremamente farraginosi e complicati.
Ottima idea che necessita comunque di  una misura adeguata. In particolar modo l’utilizzo di questa app, ossia WhatsApp, acquisito nel 2014 da Facebook, presenta tutta una serie di inconvenienti su cui bisognerà costruire delle regole più chiare di  quelle che ci sono attualmente.

Improvvisamente, sul gruppo WhatsApp genitori di Scuola Materna parte mamma 1 lanciando un allarme drammatico e urlando tutta la sua rabbia: “Adesso basta, è ora di finirla, non voglio più vedere mio figlio che torna a casa da scuola massacrato dai graffi” e posta una foto di suo figlio con un segnetto sul naso. Interviene mamma 2 e aggiunge “Sì basta, anche a me l’altro giorno è successo, non si può andare avanti così, vogliamo sicurezza. La scuola dovrebbe essere il posto più sicuro e invece guarda cosa succede. Ma cosa ci stanno a fare le maestre?”. Mamma 3:Non riguarda le maestre, riguarda i genitori, la diseducazione di certi genitori, dovrebbero  rispondere direttamente col proprio portafoglio dei danni che i loro figli fanno agli altri”. Mamma 4:Bisogna al più presto chiedere al Comune, allo Stato, alla Regione, degli educatori per controllare che non succedano più questi episodi terribili che mettono a repentaglio la salute dei nostri figli”. Interviene anche mamma 5 cercando di riportare un po’ di buon senso in una discussione che appare dominata da toni surreali neanche tanto larvati: “Scusate, ma sono cose che possono succedere, anche a mio figlio capita di tornare a casa con un graffio, ma penso che sia la normale reazione che a volte si crea fra i bambini. Direi se siete d’accordo di abbassare i toni”.
Mamma 1 si getta ancora di più nella mischia: “Come abbassare i toni? Ma a te non interessa se tuo figlio viene aggredito dagli altri? Ti senti tranquilla? Bene, allora ti dico: mio figlio non è come il tuo, mio figlio non voglio che debba subire queste violenze. Se ti piace questo vai in un’altra scuola”.
A questo punto compare sul display "mamma 5 esce dal gruppo" e la mamma conciliatrice se ne va.
Il giorno dopo le mamme si incontrano, discussione accesissima non su quello che è successo, ma sul fatto che mamma 5 è uscita dal gruppo: È  giusto? Non è giusto? Ha offeso le altre mamme? Si può uscire dal gruppo di WhatsApp? È obbligatorio il gruppo di WhatsApp? Chi decide se si può stare o no nel gruppo di WhatsApp?

La tecnologia è bella finché la si usa con intelligenza, con misura, con una finalità di servizio. Quando diventa, come nel caso di molti WhatsApp delle mamme, lo sfogatoio di rancori repressi, di lamentazioni di ogni tipo in un momento in cui tutti ce l’hanno con tutti (e di certo la politica non sta dando un’immagine accattivante proponendo candidati la cui competenza principale sembra essere quella di saper insultare meglio di tutti gli altri), ecco che anche la scuola subisce dei contraccolpi molto seri e la relazione con i genitori rischia di incrinarsi pesantemente sfociando in  forme letteralmente da cortile, da bar, da pollaio.
Gli insegnanti hanno la responsabilità di aiutare i genitori a usare con misura e intelligenza le nuove tecnologie, di mettere regole chiare, ad esempio che i problemi scolastici non si affrontano sui social, si affrontano con il personale che si occupa dei propri figli, che prima di urlare al lupo al lupo occorre informarsi, fare domande, che non è legittimo utilizzare queste nuove forme di sharing tecnologico per scaricare rabbie, tensioni, frustrazioni e rancori di ogni tipo.
L’equivoco che generano queste comunicazioni rischia poi di cadere sul clima della scuola stessa con gravi ripercussioni sui bambini già sufficientemente stressati da genitori sempre più fragili e in difficoltà nel gestire l’educazione dei piccoli.
La scuola non può diventare la piazza virtuale di un social, la scuola ha una finalità educativa che va garantita resistendo all’invasione di una tecnologia che costringe i genitori a dare spesso il peggio di sé. 

Il punto di vista del Cpp, scritto da Daniele Novara (Gennaio 2017)

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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