Il bullismo è un problema educativo non giudiziario

Non parliamo di bullismo almeno fino alla preadolescenza

Puntuale come le stagioni ritorna il tormentone sul bullismo. Si tratta di un problema molto serio confuso dentro tanti equivoci e luoghi comuni.
Anzitutto, l’utilizzo del termine in senso metaforico al pari dei litigi, dell’aggressività infantile e di ogni sorta di comportamento sbagliato fra i ragazzi. In realtà, nella letteratura scientifica, il bullismo ha dei contorni molto chiari e precisi riferendosi unicamente a situazioni di vessazione prolungata e intenzionale nei confronti di ragazzi sostanzialmente incapaci di difendersi. Si tratta pertanto di un comportamento grave, fortemente patogeno e di carattere sadico compulsivo. Non va assolutamente confuso con gli inevitabili episodi di prepotenza che da sempre si registrano fra bambini e ragazzi.

La seconda confusione riguarda l’età di riferimento di questo grave fenomeno. Si nota la tendenza a parlare di bulli anche alla Scuola Materna se non nei Nidi, di frequente alla Scuola Elementare. In realtà, l’epoca tipica del bullismo è quella preadolescenziale e adolescenziale quando le nuove capacità cognitive possono essere usate per accanirsi consapevolmente verso qualche compagno o compagna, specialmente usando gli strumenti digitali e dei social network (il cosiddetto cyberbullismo). Parlare di bullismo tra bambini piccoli è un vero atto di terrorismo culturale che crea un inutile allarme e impedisce di occuparsi in modo serio del problema.

Infine, negli ultimi anni, sempre più le Forze di Polizia sono state invitate nelle scuole a parlare di questo argomento. Fortunatamente il bullismo resta un problema educativo e non giudiziario: non si tratta di cercare dei presunti colpevoli ma di educare bene i ragazzi che fanno un cattivo uso delle loro emozioni e dei loro comportamenti. In particolar modo, le scuole dovrebbero impegnarsi nell’aiutare gli alunni a litigare ossia a imparare l’ascolto reciproco delle rispettive versioni dei fatti sviluppando successivamente capacità autoregolative di accordo.

Anche la didattica ha un peso. Quella tradizionale basata su lezioni frontali favorisce i comportamenti clandestini dei bulli, mentre una didattica sociale basata sull’interazione e sul lavoro di gruppo favorisce l’emergere di eventuali problemi fra gli alunni stessi. I bulli non sanno litigare scrivevo in un libro del 2006, edizioni Carocci. Non posso che ribadire quella felice intuizione ricordando che imparare a vivere vuol dire imparare ad affrontare efficacemente le difficoltà piuttosto che saperle semplicemente evitare.

Il punto di vista del Cpp, scritto da Daniele Novara (Maggio 2017)

Staff

Daniele Novara

Fondatore e direttore del CPP, pedagogista e autore

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I bulli non sanno litigare è un libro centrato sulle possibilità operative degli insegnanti e degli educatori, vagliate con il criterio dell'efficacia.

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