Allarme bullismo

Articolo pubblicato su Rocca

15 Ottobre 2009

Allarme bullismo

E' stato tutto un equivoco, o quasi! Anzi, per essere più precisi, si è trattato di un fenomeno utilizzato per sostenere le campagne mediatiche sulla sicurezza, per creare nei cittadini, sempre più disorientati, la sensazione che le nuove generazioni siano costituite da sconosciuti, pericolosi e privi di ogni regola sui quali occorre intervenire con metodi netti e autoritari in nome dell’ordine e della giustizia. Una specie di terrorismo psicologico. Parlo dell’allarme sul bullismo. A un certo punto, in particolare nel 2007 ma, a partire da lì periodicamente anche fino ai nostri giorni, i bulli hanno cominciato a riempire le pagine dei giornali: notizie su casi eclatanti, dichiarazioni di esperti, risultati di indagini, strategie definitive (si è arrivati a chiedere la presenza dei carabinieri nelle scuole); ognuno proponeva una lettura e una soluzione ad un fenomeno che sembrava diffuso a macchia d’olio e particolarmente insidioso perché Difficile da individuare.

Storia di un concetto

Il caso del bullismo è però particolarmente emblematico di come la chiarezza sematica dei termini che si utilizzano in ambito educativo e pedagogico sia fondamentale. Il concetto di «bullismo» venne strutturato e studiato scientificamente, alla fine degli anni Settanta, da un gruppo di psicologi sociali svedesi guidati da Dan Olweus (1). Olweus prese in prestito dalla lingua inglese il termine «to bully» (2) per definire un gruppo di comportamenti che attiene una vessazione e che ha queste caratteristiche precise: la prepotenza reiterata nel tempo; l’essere indirizzati verso una vittima incapace di difendersi; l’intenzionalità di fare del male. Il bullismo è quindi una serie di azioni violente e prepotenti ai danni di una vittima indifesa e più debole, compiute intenzionalmente e in modo continuativo da uno o più elementi di un gruppo. Anche il termine stesso inglese non è in realtà così preciso come il significato che gli attribuisce la letteratura scientifica, ma comunque gli è abbastanza vicino; il problema fu piuttosto la traduzione italiana: si faticava a individuare un termine adeguato, e alla fine si optò per «prepotenza». Tra il termine «prepotenza» e le caratteristiche del fenomeno individuate dagli studi di Olweus, c’è una gamma di significati e interpretazioni davvero ampia. Questa discrepanza significativa sicuramente non aiuta. Recentemente a un corso di formazione proprio sul bullismo, riservato agli insegnanti, ho chiesto all’inizio ai partecipanti di scrivere la definizione che avevano in mente del termine. Poi ho letto e chiarito il significato che la letteratura scientifica gli attribuisce. Alla verifica è emerso che nessuno dei sessanta docenti presenti aveva individuato il significato corretto: il problema è che con «bullismo» si è finito per coprire uno spettro di fenomeni molto ampio che va dalla violenza pura e semplice alla cattiva gestione dei conflitti per finire nella delinquenza vera e propria. La confusione regna sovrana, ma per individuare gli approcci e gli interventi più opportuni sul piano educativo ma anche su quello sociale o comportamentale la chiarezza e la capacità di chiamare le cose con il proprio nome è fondamentale: se non individuiamo con precisione quello di cui stiamo parlando rischiamo di agire in modo inefficace, dannoso e insoddisfacente. Un altro esempio di come l’imprecisione abbia fuorviato l’analisi del problema riguarda i questionari che furono somministrati a studenti e bambini italiani per indagare l’ampiezza della situazione. Non entro neanche nel merito della scelta che venne fatta di finanziare programmi di ricerca persino nelle scuole materne: proprio per le caratteristiche sopra descritte, infatti, il bullismo è un comportamento che non può darsi prima dei sei/sette anni per le competenze psicoevolutive che comporta. È solo un esempio, questo, può dare solo un’idea del fraintendimento generale sulla problematica. Analizziamo le ricerche fatte sulle fasce d’età tra gli 8 e i 18 anni: dato che la domanda principale verteva attorno a una matrice del tipo: «Hai mai subìto prepotenze dai tuoi compagni di classe?», il risultato è tanto scontato quanto fuorviante. Chi può dire di non aver mai ricevuto una prepotenza dai propri compagni di classe? L’utilizzo generico delle parole ha fatto risultare i bambini italiani i più bulli del mondo, con percentuali del 50% di vittime nelle scuole Elementari. Nessun insegnante, magari con esperienza trentennale, si sentirebbe di certificare davvero una situazione così tragica! La chiarezza semantica rappresenta una specifica responsabilità a cui non è legittimo sottrarsi. Ciò non toglie che esista una percezione soggettiva e che questa soggettività faccia parte del gioco tra l’individuo e la realtà, ma, allo stesso tempo, è noto che l’attribuzione terminologica ha effetti retroattivi: i vissuti e i comportamenti attinenti a un dato fenomeno sono influenzati anche dal modo con cui questo viene definito.

Una corretta analisi del problema

Il bullismo è quindi indubbiamente un problema, ma non è certo il problema che i media, le campagne sulla sicurezza e analisi un po’ imprecise e avventate ci hanno voluto presentare in questi ultimi anni. I bulli nella scuola ci sono sempre stati: aggressività e prepotenze al limite del sadico, far male e picchiare i compagni sono comportamenti presenti, che però fino a una o due generazioni fa venivano identificati più facilmente e trattati con metodi che oggi non sono considerati più legittimi. Nel mondo educativo è cresciuta la sensibilità verso questi fenomeni ma ci si trova sempre più in difficoltà nell’individuare gli strumenti operativi adeguati per intervenire; le decisioni e le strategie messe in atto sulla scia dell’emergenza, a cavallo tra la repressione e l’indulgenza, non sono mai efficaci dal punto di vista pedagogico e non si sono rivelate risolutive. Gli interventi si muovono sostanzialmente secondo due linee, che spesso si intersecano tra loro: quella centrata sul singolo individuo, che considera il bullo singolo responsabile del proprio comportamento, e quella di carattere «socio-relazionale» che considera il comportamento all’interno del gruppo in cui avviene. Nell’ambito della prima linea di analisi le strategie sono di due tipi: quella disciplinare-punitiva e contenitiva che mira a ristabilire la giustizia e quella che lavora per un recupero psicologico del bullo che punta alla trasformazione degli alunni e delle vittime in alunni normali. Io credo che il limite di entrambe queste modalità di intervento risieda appunto nell’ottica da cui partono. Sono convinto che il fenomeno del bullismo non sia un fenomeno che possa essere letto a prescindere dalle dinamiche del gruppo all’interno del quale accade. Solitamente il bullo agisce in clandestinità, nell’ambito di un meccanismo gruppale nel quale bullo e vittima sono sottoposti a una sorta di rinforzo della pro pria reciproca posizione, per quanto negativa questa sia. È difficile che un bullo si faccia scoprire, che qualcuno lo denunci, che i protagonisti diano effettivamente il loro consenso e la disponibilità ad affrontare e risolvere la situazione, e questi sono gli aspetti presupposto delle strategie proposte dalla prima linea di intervento.

Il bullo non sa litigare

Penso che l’ottica gruppale sia quella più corretta e soprattutto che il problema del bullismo sia da riconnettere a un deficit socio- relazionale, collegato all’incapacità di accettare, vivere e gestire i conflitti. I bulli giocano sulla paura del conflitto che ancora domina la nostra struttura educativa, ma in realtà i bulli non sanno litigare: agiscono nell’ombra e utilizzano la violenza come modalità sistematica del controllo altrui perché sono incapaci di confrontarsi con gli altri e di stare nelle relazioni conflittuali. Occorre piuttosto riconsiderare il gruppo classe come luogo per imparare a stare nelle relazioni, affrontandone gli aspetti problematici e offrendo strumenti e modalità per sviluppare un’alfabetizzazione emotiva e socio-relazionale. È importante attivare interventi che curando e enfatizzando le dinamiche e gli spazi del gruppo possono aiutare a sviluppare una competenza al conflitto e, soprattutto, liberare dal timore del conflitto. Un gruppo che funziona non è quello che elude i conflitti, ma quello dove i conflitti possono avere cittadinanza e diventare occasioni di crescita. Se si tiene conto che è proprio attraverso i conflitti che il gruppo riesce a passare da uno stato di equilibrio passivo a uno stato di equilibrio attivo, ossia riesce a ristrutturare le trasformazioni necessarie a creare nuovi equilibri più funzionali alla sua crescita, in opposizione a un equilibrio puramente passivo e conformistico dove le dinamiche disfunzionali si mimetizzano e nascondono, si capisce come la competenza alla gestione dei gruppi e alla lettura e gestione dei conflitti possa in effetti essere una strategia davvero efficace per affrontare questa problematica educativa. Da una situazione tragica, di sopraffazione e sofferenza, può nascere un insegnamento per tutti, cioè un effetto di sviluppo relazionale: la vittima può trovare una restituzione; il gruppo può assumersi questo tipo di situazione, e quindi limitare la polarizzazione fra vittima e sopraffattore, creando un contesto che integra i due soggetti in una relazione più ampia e che consente di migliorare il clima relazionale, il clima comunitario, il clima di scambio, di reciprocità; il bullo può grazie al gruppo trovare dei rituali di pentimento e riconnessione. Per ottenere questo occorre utilizzare alcune strategie e alcuni strumenti: bisogna evitare di mettere il bullo su un piedistallo (cosa che le azioni mirate a ristabilire una giustizia e a colpevolizzare il singolo possono invece produrre); occorre, come scuola, porsi in una giusta relazione con le risorse sul territorio definendo chiaramente sinergie e ambiti di competenza specifici; infine, evitare che la vittima si identifichi con il proprio ruolo, aiutandola a trovare una collocazione attiva che possa farla evolvere. Gli strumenti utili in questo senso possono essere il consiglio di cooperazione, la mediazione, la ritualizzazione, le carte di conflitti, ma anche alcuni momenti di sostegno e di autoaiuto (3). Le competenze necessarie ad attuare queste modalità di intervento, a differenza di quelle per interventi più centrati sulla persona che richiedono una formazione di natura psicologica o che relegano il docente in un ruolo di giudice che non gli è proprio, possono essere acquisibili e sviluppabili dagli insegnanti. Si valorizzano così le competenze pedagogiche proprie dell’educatore in ambito scolastico ossia la capacità di sviluppare all’interno della classe un’attitudine alla comunicazione e all’interazione che consente agli alunni di evidenziare le situazioni critiche, le componenti di disagio relazionale e quindi i conflitti latenti; e la capacità di sostenere i ragazzi nel riconoscimento, nella lettura e nella gestione della situazione conflittuale per acquisire nuove competenze sociali e personali.

Scritto da Daniele Novara

 

Note

(1) Si vedano: D. Olweus, Bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, Giunti, Firenze 1996; Sharp S., Smith P.K. (a cura di), Bulli e prepotenti nella scuola, Erickson, Trento 1995.

(2) La traduzione del significato di «to bully», tratto dal dizionario inglese Collins è: «Costringere a fare qualcosa che non sarebbe fatto spontaneamente, trattando in modo spiacevole, usando la forza e il potere».

(3) Cfr. D. Novara-L. Regoliosi, I bulli non sanno litigare, Carocci Faber, Roma 2007. D. Novara-E. Passerini, Ti piacciono i tuoi vicini, Ega, Torino 2003. J. Danielle, Il consiglio di cooperazione, La Meridiana, Bari 2003. J.D. Karin, Mediatori efficaci, La Meridiana, Bari 2001.

< Indietro